1.


Più tardi forse,
perché il cemento delle case in costruzione non solidifica in fretta
e a noi serve tempo per pensare, pisciare a fare centro e
stirarci le camicie dei colloqui.
Io steso sul letto, gambe incrociate e poca voglia di camminare
penso alla nuova generazione di poeti, a quelli da cantina o da piazza,
buttare tre versi di malinconia per il concorso “a tema”
mentre la musica indie rock a palla sfonda i timpani allo studente che non li capisce.
Penso a loro correre in metrò, maglia su maglia, cappuccio messo,
leggere il “mattone” di turno e fingere una cultura che non sarà mai tale.
Vederli inseguiti dai conti dei bar e delle pizzerie e loro come fantasmi elargire speranze
e seminare terrore, sentendosi tutti Pasolini e pochi eletti.
La sera rileggere il loro prodotto, chi sulla strada mentre le siringhe camminano,
chi nelle cucine profumate di buono,
accorgersi dell’Hollywood che si sogna
perché la fuga è la soluzione più popolare.
Questi piccoli poeti, futuri pulisci cessi urlatori da bar vomitatori di bile,
saranno il ritratto perfetto del tempo vissuto,
senza giri di parole, senza poesia,
lontani dalle letture da spiaggia,
distanti dagli scaffali e inesistenti negli indici,
dei quali si ricorderanno gli amici e gli autori
e con questi svaniranno le copie uniche, mai recitate
consumate dalle macchie di caffè.

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