Più tardi forse,
perché il cemento delle case in
costruzione non solidifica in fretta
e a noi serve tempo per pensare,
pisciare a fare centro e
stirarci le camicie dei colloqui.
Io steso sul letto, gambe incrociate e
poca voglia di camminare
penso alla nuova generazione di poeti,
a quelli da cantina o da piazza,
buttare tre versi di malinconia
per il concorso “a tema”
mentre la musica indie rock a palla
sfonda i timpani allo studente che non li capisce.
Penso a loro correre in metrò, maglia
su maglia, cappuccio messo,
leggere il “mattone” di turno e
fingere una cultura che non sarà mai tale.
Vederli inseguiti dai conti dei bar e
delle pizzerie e loro come fantasmi elargire speranze
e seminare terrore, sentendosi tutti
Pasolini e pochi eletti.
La sera rileggere il loro prodotto, chi
sulla strada mentre le siringhe camminano,
chi nelle cucine profumate di buono,
accorgersi dell’Hollywood che si
sogna
perché la fuga è la soluzione più
popolare.
Questi piccoli poeti, futuri pulisci
cessi urlatori da bar vomitatori di bile,
saranno il ritratto perfetto del tempo
vissuto,
senza giri di parole, senza poesia,
lontani dalle letture da spiaggia,
distanti dagli scaffali e inesistenti
negli indici,
dei quali si ricorderanno gli amici e
gli autori
e con questi svaniranno le copie
uniche, mai recitate
consumate dalle macchie di caffè.
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