A me non piacciono più le scorciatoie
da labirinto.
Ci fu un tuono da spaccare i timpani
e tutto quello che rimase furono vetri
rotti e caos
e io a negare l'accaduto,
e nascosto nel mio angolo di letto
tra i moscerini suicidi e la lampadina
che alternava vita e morte,
cercai le mie memorie e il mio cervello
e mi ritrovai nel cesso a pisciare
con nulla di nobile che mi rendesse un
vivo,
e squartato in due, da parte a parte,
frugai tra le budella a cercare
l'amore, ma il sangue zampillava troppo forte
e io tamponai il tutto con la Speranza
alla quale regalai la vita.
Mentre mi grattavo la testa, con la
forfora che invadeva le spalle
un micromondo invisibile proliferava
nella mia bocca, sulla mia pelle
e i sogni mi sembrarono l'unica cosa da
fare,
e la vidi, bella nel suo sorriso
che lasciava sporgere la dentatura
superiore e
gli occhi che s'appiattivano e
s'affusolavano
sugli zigomi che leggermente si
pronunciavano.
La baciai velocemente sulla bocca dopo
aver perduto un libro.
Era tutta un'atmosfera post-punk,
cibernetica nei suoi ragionamenti da
non reale,
ma svanirono tutte le sbronze, rette e
non, e rimase quel senso di gambe appese.
La mia fu tutta una battaglia contro
l'amore non corrisposto
che persi in una notte e mi condannò
per le restanti.
La rividi nella televisione di stato,
e nei primissimi piani ridevo come uno
scemo
con gli occhi cerchiati dal piacere,
e non c'era nulla di sessualmente
attraente ma solo il desiderio di considerare,
e mentre le battute recitate e
registrate proseguivano
io intrapresi il mio discorso personale
e parlammo a lungo
e mi sembrò di impazzire,
e divenni patetico,
così con tutti i polsi tagliati
nell'immaginazione e mai scritti
ci riempii una vasca per annegare
e il dono più sensato fu una matrioska
che mi ricordò dei fallimenti e
dell'illusione di se stessi.
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