10.


(I)
Ci vuole tempo, cosa credi?
Lavi i piatti tutti i giorni, ti rovini le mani e poi scappi nei musei a vedere le cose belle.
Non lo senti il fallimento delle ore degli inutili, di quelli che comprano un Picasso perché è un investimento?
Non se ne andrà mai questa puzza di letame che invade i nostri nasi.
Tutto questo è fastidioso come i taglietti nelle pieghe della pelle sulle mani, quando l’acqua calda
col detersivo ci finisce dentro. Io cerco la cura alle feritoie
dei reality show, o all’informazione tette e culi che ci fotte i cervelli.
Ma sappi fin d’ora che perderemo, che quel trionfo che ti concedi certe notti, rivolto da un lato
sotto le coperte, di vederci salvare il salvabile come Superman su un
pezzo classico con esplosione di fiati e percussioni,
resterà nella tua mente o su qualche pezzo di carta che incanti.
Amico mio, non perdere tempo nel leggere questo testamento triste, siamo una schiera di deportati su treni maleodoranti, dove Baudelaire si tormenta ancora e fa gesti osceni che non impressionano più nessuno,
abbi il coraggio di stenderti al sole e scioglierti come un ghiacciolo, mentre
tua moglie grida aiuto aiuto e tu immagini i fiori ricoprirti il corpo e seppellirti agli occhi dei visitatori.
Preserva il tuo pensiero dalle guerre a Risiko nelle notti d’estate, quando a quell'ostentato
dover conquistare avresti preferito un film di Truffaut. Se non t’hanno capito
quella volta non lo faranno più, e tu continuerai a voler scrivere poesie e visitare musei,
e ti romperai i ciglioni il giorno che girandoti li vedrai tutti alla sagra di paese mentre, divorando
il porco, ti dedicheranno quello schifo.

(II)
Dove eravamo?
Persi nei laboratori sotto i camici, mentre le nostre bocche s’infettavano di promesse a lungo termine.
Lo sai anche tu che diventeremo il contrario dei nostri gesti,
quando ai figli diremo che non si fuma dopo averci ammazzato una vita a farlo.
Quando eravamo giovani sarà la giustificazione ai nostri no, e ci odieranno per questo.
Quello che sarà sarà, me ne frego! L’importante e stare in piedi e seguitare.
Ci consola un po’ che i nostri padri hanno fatto lo stesso e la nostra prole sarà vittima dello stesso giro.
Sui nostri taccuini a buon mercato stiamo annotando le ore non vissute e i fallimenti altisonanti,
perché si possano leggere le nostre aride esistenze come le insegne al neon sulle strade dritte d’America
e che qualcuno possa prendere spunto per girare i tacchi e
andare in un’altra direzione, a salvarsi il culo rasato dalle troppe scivolate violente.
Non ci accusate, ve ne prego, che di fronte al mare siamo come naufraghi da salvare, vestiti
di tutto punto e pronti alla prostituzione. Proprio non lo capire, vero? Queste pagine
vi faranno schifo, e concordo, ma di cosa avremmo potuto scrivere?
Delle tazze di tè con biscotti o dei canti natalizi, di dio o degli amori a lieto fine, delle troppe già consumate certezze che vi fanno dormire bene?
Non sono bravo, e dormo poco, fino a
mezzogiorno per accorciare le giornate.

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