T’affligge
forse il peso dei peni nel cervello?
Non si è affatto
come ci si vede allo specchio e si spera sempre che gli altri cadano
nello stesso errore
e la musica passa
nelle cuffie a decibel insopportabili ma necessari, per non ascoltare
tutto questo,
quello che voi non potete vedere, ancora una volta piegati sopra ai
nostri pc
con le mani
ossute e la gastrite che ci culla come un’amante.
Sarà come il
mare che ondeggia e ci lascia vuoti dentro, dopo che i succhi
gastrici
sono finiti nel
cesso e a noi mancava poco per baciare l’acqua che sa d’urina.
Mi accorgo che
avrei potuto fare meglio, lettere d’amore piene di civetterie
ma più si
invecchia e più ci si rincoglionisce
e così si finge
per campare, si gettano ancore per dire qui c’ero, ma
nelle budella
tinte di rosso non ci facciamo più gli auguri e distratti, nei
nostri angoli di buio,
tiriamo pugni
alla testa noncuranti dei traumi cerebrali.
Io non credo a
niente di quello che è sicuro, non ho voglia e mi sembra
stupido.
Alzati tu se
vuoi, fatica per una bandiera o un padrone,
non dire mai la
tua. A me serve una distesa verde dove perdermi, senza che mi
possiate trovare,
senza il fiato
pesante del creato che ci ricorda di esistere,
perso nei sogni
o a un incrocio
cittadino, dopo che è scattato il verde, e
qualche autista
impreca.
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